“La figlia oscura” - Elena Ferrante

 

Nell’eterno, ricorrente dibattito sulla lettura - vuoi classica o contemporanea - da più parti vivacizzato, non c’è verità assoluta . Il tempo come il piacere della lettura è intimo e personale quanto la scelta del “buon” libro. Scrittura e lettura richiedono, come ogni incontro, la magia dell’innamoramento, il dialogo delle emozioni … quello che in Belle Lettere dicesi intertestualità.

Ed allora i consigli si fanno assai difficili, opinabili e contrastanti. Leggere per modellizzare prassi di buona scrittura è un criterio che, pur validato, non è suggestivo di autentico interesse o addirittura piacere.

Preferiamo all’altisonante “consiglio” - dettato da canoni letterari o da tendenze editoriali - il sommesso invito nella possibilità sempre aperta a declinarlo e nell’altrettanto onesta intenzione alla partecipazione e alla condivisione.

L’invito alla lettura di La figlia oscura di Elena Ferrante è tutto questo: né classico, né recente, un romanzo intenso. Un amore a prima vista, fin dalla copertina, di un rosso porpora caldo ed accogliente dell’intrigo “oscuro” e delle fattezze remote di una bambola d’epoca.

Un amore per caso per il quale abbiamo rinunciato alla novità editoriale, mossi da una sinossi invitante rispetto al sempre complesso “sentire di donna”: Leda, la protagonista è un’insegnante divorziata da tempo, tutta dedita alle figlie e al lavoro. Ma le due ragazze partono per raggiungere il padre in Canada. Ci si aspetterebbe un dolore, un periodo di malinconia. Invece, la donna, con imbarazzo, si sente come liberata e la vita le diventa più leggera”.

 

E’ detta la verità che ogni donna-madre  difficilmente ammette , ma che almeno una volta ha provato nella vita: questo è il segreto nella scrittura lirica di Elena Ferrante che prelude a scenari di forti, contrastanti emozioni che non a caso le hanno già in passato meritato la versione in pellicola dei suoi testi - " L’amore molesto" ed "I giorni dell’abbandono"- autentici accordi del cuore.

E partiamo con lei per una vacanza sullo Ionio; con lei proviamo il senso di smarrimento per un’esperienza in dimenticata solitudine; con lei cominciamo a crogiolarci al sole alla riscoperta delle carezze dell’anima nell’incantato silenzio della natura, tra profumi di resina e brezza marina.

Emozioni  inaspettate per la donna la cui ragione di ogni vacanza erano state le figlie o, nell' assenza, il loro ritorno dai giri per il mondo con gli amici, in apprensione o in una perenne colpevole relazione di aiuto. “ Avevo paura che mi accusassero di essere come di fatto ero, distratta o assente, rapita da me stessa” sono i pensieri in libertà vigilata della protagonista, la cui vacanza comincia appunto così, sotto lo sguardo vigile di un bagnino:

“Mi bastava sentirmi protetta, senza scadenze da tenere a mente, senza urgenze da fronteggiare: Nessuno dipendeva più dalla mia cura e io stesso finalmente non mi ero più di peso”.

L’occasione è data per scrutare gli altri alla luce del sole. Una scena da  Renoir è quella sui si poggia lo sguardo di Leda: una giovane madre di rara e ricercata eleganza nei modi ed una figlia in tenera età. Al centro della scena la bambola, inquietante elemento di disturbo- brutta vecchia e sul corpo segni di biro -pregno dei ricordi quanto delle proiezioni della maternità, non sempre o a tutti i costi felice.

La giovane, di per sé bella, si distingue nel suo modo di essere madre; Nina ed Elena - questi il loro nomi - diventano uno spettacolo per passare il tempo. Già il tempo, insidioso quando troppo disponibile, nella riflessione e nel lacerante bilancio di una vita, la propria.

E’ una sensazione crescente di sfaldamento che pervade ed invade Leda che si rivede madre imperfetta, moglie fallita, figlia smarrita nella sofferenza di non poter maneggiare, come si fa con le bambole, i capelli, il viso, il corpo di sua madre. Ed è nella compensazione e nell’espiazione di una colpa matriarcale la ragione di essere paziente bambola come buona madre per le figlie.

Nella scena in spiaggia che vede Leda eroina per il ritrovamento della piccola Elena confusa tra la folla, si svela la sua  irrisolta fragilità materna:  si impossessa furtivamente della bambola.

Una presenza rubata che genera ricordi ed emozioni nel rimpianto, non triste, gradevole dei piccoli corpi delle figlie.

“Il tempo se ne va.. si porta via i loro corpicini, restano solo nella memoria delle braccia. Crescono, ti raggiungono in statura, ti superano… Credono di sapere più dei genitori i figli e a volte - pensa Leda e noi con lei -  è vero perché sommano a quello che abbiamo insegnato loro “quello che imparano fuori di noi, nel tempo loro, che è sempre un altro, non è più il nostro”.

Folgoranti  verità nel viaggio identitario alla ricerca della buona madre. Mai banale, il romanzo di Elena Ferrante si interroga su come “sta una che si sta conquistando la sua esistenza, e sente una folla di cose contemporaneamente, tra cui anche una mancanza insopportabile.”

Alfine torniamo con lei sui nostri passi. Per amore dei figli? La verità di Leda: “ per amor mio”.  Si torna ai figli, per lo stesso motivo per cui ci si allontana... Nella rinascita è l’incanto della maternità di una scrittura segreta: quella di Elena Ferrante, mai svelatasi  ai lettori. L’intrigo della lettura è intatto, il fascino ancor di più.

 

di Severina Carnevale per IRASE UIL Non solo scuola

 

 

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