“Le cose che non ho” di Grègoire Delacourt

17-11-2013

 

La felicità non fa rumore. Fiocca inattesa  nell’incanto del  notturno primaverile - “Spring”-  dell’artista Doris Mitch per l’ultimo romanzo di Grègoire Delacourt, l’autore del conclamato successo “ L’eleganza del riccio”. Ed il suo  “Le cose che non ho” - edito in Italia da Salani editore - è  già alla quinta edizione con oltre 500.000 copie vendute .

Quale il segreto del “più grande successo letterario in Francia dopo L’eleganza del riccio” ? Nulla di eclatante nella trama, che al confine tra l’ovvietà e la verità del sentire - nel confermare le doti di rara eleganza stilistica dell’autore - celebra il sorpreso stupore per le scelte naif dei protagonisti: un uomo ed una donna. In comune, apparentemente, solo il nome, Jo.

Di loro e della loro vita ordinaria - placida quanto il loro paese, Arra, e quanto  lo stesso fluire della narrazione - ci racconta Delacourt, sulle note di un adagio mosso  dall’incipit :

Si mente sempre a se stessi

 

Mente  a se stessa  Jo  trovandosi bella, di più bellissima   dinnanzi allo specchio: sa di non essere bella e di non avere nemmeno la grazia svenevole di quelle alle quali si mormorano frasi infinite, tra un sospiro e l’altro.
Mentire nell’accezione del fantasticare serve a lei - e non solo per dimenticare le cose che non cambiano mai, “senza un pizzico di favola” in una città grigia dove non succede mai nulla , tutt’altro scenario da  cavaliere bianco su cavallo bianco.

Jo -” il marito  da ventun anni “ in una garanzia solo temporale della solidità del rapporto- irrompe sulla scena narrativa  con un rumore che è come uno strappo sulla tela del sogno specchiato della femmina Jo. Irresistibile, ma solo nell’ironia dell’autore, la descrizione: somigliante ad un attore, di lui ha la mascella volitiva, lo sguardo tenebroso, l’accento  italiano;  di diverso, dieci chili in più - il suo Joycelino Jocelyni - un accento di opinabile fascino ed un lavoro da Haagen- Dazs. 

I suoi sogni? 2400 euro al mese, una Tv  a schermo piatto, una Porsche Cayenne, tutta la raccolta di James Bond e una moglie più  bella e giovane: ma anche lui mente o al più tace.
Nella storia comune, i figli: Romain, Nadine ed uno nato nel lutto e nella verità di Vita Sackwille-West “ Ogni passione spenta."

In questo scenario familiare, l’originalità della percezione delle relazioni è esclusivo della figlia  Nadine, il cui tratto identitario è nella vocazione suggestiva al dire con parole trattate come cose rare in un mondo, il suo, senza falsità. Con lei, si coniuga il silenzio: sguardi , gesti  e sospiri sostituiscono soggetti, verbi e complementi.

A Jo, invece le parole piacciono:“ amo le frasi lunghe, i sospiri che non finiscono più. Mi piace quando, a volte, le parole nascondono quello che vogliono dire, o lo dicono in modo diverso”.

Autrice del blog “ Mani di Fata", il modesto personaggio femminile di Jo emerge dal chiuso della sua merceria, per affascinare e consolare con le parole.

La svolta improbabile nella sua vita - per caso come ogni sua scelta - la vincita alla lotteria di una cifra iperbolica: 18milioni di euro, troppi o quanto basta, per atterrirla e scoprirsi impreparata al cambiamento.

Non la riscuoterà mai, nel segreto condiviso solo col padre, smemorato nella malattia che lo induce a ripetere ogni sei minuti:  "Chi è lei? " E ad accogliere e preferire la finzione alla verità . "Sono tua figlia , papà" può non bastare  e allora va bene pure "Sono la ragazza delle pulizie signore."

Con abile tecnica del paradosso , lo sguardo del lettore fissa con Jo -  furtivamente- il maledetto assegno  che foriero di quella cupidigia che distrugge tutto al suo passaggio, minaccia la quotidianità fatta di cose che non abbiamo. Relegato in fondo ad una scarpa, con l’assegno, è  il desiderio di Jo che nulla cambi e tutto duri.

Ed eccola la bizzarra Jo passare in rassegna lista dei bisogni e dei desideri e  delle follie...Follia è dire NO ad una casa al mare, rifarsi il seno, un sacco di cose da Chanel? NO

La sintesi, restituita nella follia: distruggere la lista e dirsi, ecco, non ho più bisogno di niente.

Ho solo desideri ormai. Solo desideri.

Ma non accade mai.

Perché i nostri bisogni sono i nostri  piccoli sogni quotidiani. Sono le nostre piccole cose da fare, che ci proiettano verso il domani, e il giorno seguente, nel futuro; sono quelle cose di poco conto che compreremo la settimana prossima e che ci permettono di pensare che la prossima  settimana  saremo ancora vivi.

Tutti  folli? No, lucida ma non meno desolante la fuga col bigliettone da 18000 euro dell’altra faccia di Jo, quella maschile del premuroso marito. Finto anche lui, come la promessa di una vita tranquilla ? Troppo originale l’epilogo nell'ultima lista della protagonista, per sciuparlo nella rivelazione .
Di vero  e perché no, anche ovvio nel romanzo, come nella vita, resta il dolore per lo strappo di bisogni, desideri,  follie e -  troppo spesso -  lo sfregio dei ricordi.

Si cambia insieme; si rinasce come individui, non sempre in meglio. Nell’anelito a "le cose che non ho", di autentico c’è  l’umana disponibilità ad aprirsi anche a costo  di lasciare che i sogni se ne scappino per sempre. 

di Severina Carnevale per IRASE UIL Non solo scuola

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