“Gli sdraiati” di Michele Serra

24-11-2013


 

“Gli sdraiati” - nella novità editoriale di Michele Serra per la collana Narratori Feltrinelli - non siamo noi, adulti in uno stato di meritata distensione nel fine settimana. Sono i nostri figli, i nostri giovani nella percezione intrepida di un autore alla ricerca del senso identitario della paternità, vissuta, contrastata, intensa.

“Papà”, due sillabe e  ti cambia la vita. 

Dalla consapevolezza maturata di essere padre in tutte le età cangianti del proprio figlio, si genera l’originalissima  narrazione di Michele Serra -  lucida ed  ironica - in intima riflessione. A dispetto dell’incipit che muove al sorriso, disarmante e affatto sentimentale:

“ Ma dove cazzo sei?

Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese.

La sequenza interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione: e non so quale sia, dei due “ non rispondo”, il più offensivo.”

Riconoscibilissima a noi adulti, sempre in ansia, la “leggerezza dell’essere” giovani . Dimenticata? Forse, al più sopita da quella “fragilità materna” che rammollisce anche l’aplomb virile di un padre.

Si interroga Michele Serra, con  sicuro stile narrativo, sulle smanie protettive  della Madre che è in ogni Padre e sulle pretese di rettitudine in aulica, autorevole paternità. E sulla parola autorità tesse “pomposi  quanto inconcludenti convegni” al cospetto di una visionaria moltitudine di padri, come lui “cocci” intellettuali che hanno smarrito la loro unità.

Quale il titolo ideale di una convention genitoriale in tema di urgente autorità? Irriverente, nello humour del celebrale padre:

“Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo?”

Fra quesiti esistenziali, affatto “bassi” nel linguaggio diretto del pensiero  e del pathos familiare, prende le mosse il racconto profondo di un padre dotato di squisita sensibilità.

Imperdibile l’ambientazione del disordine imperante del figlio, ai più assai nota e familiare, appunto. Le tracce di presenza giovanile sono  riconoscibili: nelle loro camere “ Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, nulla concluso”. E loro? Vivono sdraiati , in un patto sempre vago sugli orari del giorno.

Nella percezione lacerata del giorno e della notte - distanti come il giorno e la notte - vecchi e giovani a confronto. E’ una guerra, “La Grande Guerra Finale” nel disegno creativo di un romanzo di grandiosa ironia o ampiezza tolstoyana, minata  dalla paterna fragilità.

“Non so ancora se farò vincere i Vecchi o i Giovani" afferma la voce narrante. Dal punto di vista biologico, il padre protagonista - un nome, un’età -  Brenno Alzheimer non ha dubbi: il futuro, al pari dell'amore paterno, è dei giovani  in vincente umanità.

E già Brenno o Michele sono disarmati dall’amore viscerale verso le proprie creature, ma tutto loro è il coraggio di confessarsi.

Nel cuore della narrazione e nel silenzio della notte, vibrano le emozioni di un padre - liberatosi  dalla corazza virile - al cospetto del figlio che dorme. Ad occhi chiusi, i figli non hanno età.

Dormi ...il tuo profilo, ormai al valico dell’età adulta, mi sembra esistente, come se il bambino che sei stato lo reclamasse ancora per sè. … il respiro è leggero, la fronte sgombera, le palpebre lisce e integre come un libro mai aperto. Ho la nitida sensazione che questo - esattamente questo-  sia l’ultimo istante della tua infanzia.

E' l’incanto, in emozione, di un bagliore infantile per il padre. Suo il  desiderio come l'augurio per il figlio di non smarrire "quella luce mite e galleggiante" nel  pomeriggio autunnale.

Scomparirà quel bagliore, lo sa bene lui, per poi riapparire sempre più raramente , nel corso degli anni (… ) perfino nei vecchi ogni tanto rivela le tracce dell’inizio.

Nel volto di ineguagliabile purezza del figlio che dorme  è l’"addio agli anni, ancora pochi per lui, dell’innocenza". Intense le parole del padre, nel trapasso del ruolo genitoriale dall’infanzia all’età adulta:

Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appiattite, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi.

Restituita nel romanzo,  senza ovvietà, la verità del narratore:

L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive.

E’ vero per gli uomini, come per i cuccioli del mondo animale. Solo per noi, l'evoluzione della specie è nel " richiamo all'ordine".

E’ anni dopo, è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna che amarlo richiede le virtù che contano. Tante ed impegnative: la pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità … troppe, troppe.  Lo sappiamo bene, difficile non sbagliare,  soprattutto, per chi, "nel frattempo cerca di continuare a vivere".

Nel rimpianto - quello sì datato, ma umanamente comprensibile - per un’infanzia separata dalla “tavola degli adulti” col vantaggio forse della spensieratezza, permangono i dubbi sul  giusto e sbagliato

Giusto o sbagliato, suo è l’anelito  alla condivisione. Cadenzato tra i capitoli del romanzo, in una sorta di  refrain lirico, è l’appello del protagonista al figlio a seguirlo dentro ed in cima all’immensità:

Dovresti venire con me al Colle della Nasca. Tu non hai idea di quanto ti piacerebbe.. Sono sei ore di cammino … si sale si sale … si suda e si tace   … ci sono solo : ardesia e cielo . E’ il posto più bello del mondo . La prima volta che ci sono salito avevo undici anni , Mi ci ha portato mia padre.

Nel cammino verso Colle della Nasca come della vita, ritrovarsi nella differenza (col vantaggio di chi, se non di entrambi?è un'esperienza umana e di lettura che riscatta gli sdraiati quanto i padri determinati a seguirne come a precederne i non facili passi, sull’eco e nel senso di due sole sillabe:

“Sentirmi chiamare papà e da lontano. E in quella esposta porzione del mondo, in quella incerta dimensione del tempo dove la mia infanzia ancora galleggiava, quasi mi atterrì. Come un’accusa . Un richiamo all’ordine. Io - non altri - sono quelle due sillabe”. 

di Severina Carnevale per IRASE UIL Non solo scuola

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