L’invito alla lentezza di Luis Sepulveda

21-12-2013

 

 

Nelle frenetiche giornate prefestive è l’invito a farci dono della “lentezza” con la favola-apologo di Luis Sepulveda. 

L’incanto della parola, in un adagio di musicalità sul moto lento di una lumaca: è questo il segreto del grande successo dello scrittore cileno con la sua “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” per Guanda Editore, al vertice delle classifiche nazionali ed estere. 

E’ una storia sussurrata che fa leva sull’intelligenza emozionale di adulti come di bambini, mossi alla riflessione su quanto accade in un prato vicino a casa tua o a casa mia.

E’ lì che vive una colonia di lumache sicurissime di trovarsi nel posto migliore del mondo, fin quando una di loro comincia ad interrogarsi sul perché della propria natura lenta e del perché dell’assenza  di un nome proprio, identificativo della speciale essenza di ciascuno e ciascuna, pur in una serena  collettività.

Le lumache sapevano di essere lente e silenziose, molto lente e molto silenziose, e sapevano anche che quella lentezza e quel silenzio le rendevano vulnerabili, molto più vulnerabili di altri animali capaci di muoversi rapidamente e di lanciare grida d’allarme. Per evitare che la lentezza e il silenzio le impaurissero preferivano non parlarne, e accettavano di essere come erano con lenta e silenziosa rassegnazione. 

Ma la lumaca protagonista del fantasioso racconto di Sepulveda non ci sta e la sua ricerca identitaria , come accade spesso tra gli umani, viene percepita  dai più come destabilizzante di un silente ordine prestabilito, passivamente accettato. Quanto basta per la diversa  del gruppo per essere allontanata dai confini chiusi e familiari del prato “Paese del Dente di Leone”, cosiddetto per i saporiti frutti frammisti a piccoli fiori selvatici e odorosa erba. 

Diretta, in un sussurro, la sua domanda al saggio gufo : “Voglio sapere perché sono cosi lenta”. 

La risposta in  sibillina classicità: “ Sei lenta  perché  hai sulle spalle un gran peso”. 

In un mondo deforestato, senza faggi ed ippocastani, lecci e noci e querce -  su cui allo stesso gufo  non è più dato di volare - deve pesare alla giovane lumaca il suo triste e monotono strisciare … 

“tutto ciò che hai visto, tutto ciò che hai provato, amaro e dolce, pioggia e sole, freddo e notte, è dentro di te, e pesa, ed essendo così piccola quel peso ti rende lenta”. 

Difficile rispondere ai “perché” dei bambini come a quello naif della lumaca: perché essere cosi lenta? 

Il gufo, proprio come  spesso accade ai “ saggi” adulti,  non ha la  risposta  e sull’incipit “Dovrai trovarla da sola” ha  lentamente inizio il nostro percorso di lettura sulla scia della “ribelle” lumaca. 

E’ “Ribelle” il nome che, a fatica, si conquista allontanandosi dalle rassicuranti abitudini, mediate dall’uomo- scopriamo - per voce di una vecchia lumaca: 

“Qualcuno, non ricordo chi, mi ha detto che gli umani dedicano la loro vita a ripetere cose, gesti e comportamenti che chiamano abitudini”. 

Lirica la descrizione del primo notturno, in solitudine, della ribelle: da gustare in silente o recitata  lettura , nella intima e  calda  condivisione con i nostri “ nati per leggere”: 

“Quando il tramonto cedette il passo all’oscurità e i fili d’erba e le piante umide di rugiada cominciarono a riflettere il bagliore delle stelle, la lumaca decise di cercare un posto sicuro per passare la notte, una superficie liscia a cui attaccarsi per poi chiudersi subito dentro il guscio. Lentamente, molto lentamente, avanzò di lato, ma trovò solo erba e cambiò direzione, finché i  suoi minuscoli occhi scorsero una pietra non molto alta, che le parve un magnifico rifugio“. 

E’ l’incontro con Memoria, la petrosa tartaruga, assai saggia e critica rispetto agli umani che crescono e dimenticano. 

Sua è l’esperienza dell’abbandono, dopo la felice parentesi domestica, ed è con lei l’iniziazione della Ribelle alla civiltà urbana, tra strade, macchine e la loro ombra densa e pesante sull’asfalto, percepite con occhietti o cornini puntuti. 

“Non so cosa provo”, dirà la lumaca, ”Ma non mi piace”. Entra nella scena fabulata di Sepulveda la Paura. 

Vinta la paura - nella consapevolezza della vita in pericolo del prato al bordo delle strade - è la nuova determinazione di Ribelle a tornare sui suoi lenti passi: ora sa e deve avvertire le sue compagne di prato, operose  formiche  e timorosi lombrichi inclusi. Il prato va abbandonato.

Nella tiepida carezza del sole, dopo una notte senza stelle, ha inizio il viaggio di ritorno nella missione del partecipato resoconto, tra immancabili commenti taglienti (anche delle lumache?!) tristezza , allarme e fuga. 

Lentamente, molto lentamente ha inizio l’esodo, con il dolore del distacco dalla pianta di calicanto e nell’addio alla casa perduta. Destinazione: case degli umani dai fori illuminati come lucciole. 

Nella marcia penosa si generano dubbi e timori, fugati solo dal saggio planare del gufo che indica il bosco di castagni  come  meta di salvezza, ancora incontaminata. 

Nel lento peregrinare è fatta salva nella storia, come nella vita, un’unica certezza: il richiamo irresistibile alla vita con la necessità di perpetuarla. 

Dopo il letargo - come tempo senza misura - è la rinascita nel bosco erboso ricoperto dei primi fiori selvatici, nella consapevolezza dell’importanza della lentezza  come moto del pensiero e del desiderio. 

Con la lumaca è la rivelazione del senso "lento" del tempo e del bel “Paese del Dente di Leone”: a forza di desiderarlo, era dentro di noi. 

Incantevole la “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza". Da leggere, lentamente, molto lentamente 

di Severina Carnevale per IRASE UIL  Non Solo Scuola

 

 

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