“Tempo di imparare” di Valeria Parrella

14-01-2014


 

“La palla che lanciai giocando nel parco ancora non ha raggiunto il suolo"

Dylan Thomas, Splendessero lanterne

 

Con i versi di DylanThomas, si apre il racconto autobiografico di una madre scrittrice che - dotata del talento della parola - si rimette “in gioco” senza prospettive certe di alcun ritorno, per la conquista della stessa parola, dolorosamente negata  al proprio figlio da una nascita contorta e strana …

La sofferenza si annida nella bellezza per Valeria Parrella e in un “quadro” di disturbi dello sviluppo riluce solo l’essenza dell’amore: Arturo, con il suo passo incerto, il suo occhio sghembo, la sua parola attorcigliata. 

Col rumore di fondo della H maiuscola di handicap, che in corsivo mai alcuno ha saputo fare  bene, è Tempo di imparare (Einaudi) con Valeria Parrella senza alcuna riserva mentale: “luogo chiuso per chi vuole invece vivere libero.”

Handicap non è una parola molto facile da far germogliare - però  curati ogni giorno di tenerla umida e coperta per vedere cosa nasce: è il consiglio fuori campo della voce amica narrante del Botanico nel romanzo. Per lei, come per il lettore, pura rivelazione.

Perché scrivere del proprio dolore? Ce lo svela nel romanzo la scrittrice: lì dentro proprio nella trama della carta, nel nero dell’inchiostro, sono salva dal tempo. Anche quello necessario per continuare ad imparare nell’attesa dei germogli di speranza.

"Non parla, però pensa" Arturo, svelto nel leggere quanto lento nel reagire in un romanzo scritto con l’intensità lirica e viscerale della sofferenza di una madre che è una cosa sola con il proprio figlio nell’impresa di “imparare” e reagire per lui, con lui :

«E io mi preparo.
La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda.
Fucile e quaderno a quadretti grandi.
Marca da bollo e penna con l'impugnatura facilitata.
Vestito buono e cuore cattivo.
Mi preparo - ma accettare, quello ancora non riesco».

Le parole hanno un peso ed un valore per chi le cerca con intima vocazione: non sono sottaciuti dalla scrittrice ostacoli e paure e nemmeno le armi. Nell’impresa del quotidiano vivere, le fatiche mitologiche si ammantano dell'umanità della cura materna: tempo di imparare è quello di mettere le scarpe e tentare di fare da soli con i lacci, è il tempo di colorare bene tutto il disegno, passare lungo i  bordi non lasciare spazi vuoti dentro i contorni, lavare bene i denti (anche quelli in fondo), salire scale sempre nuove senza stringere per forza il corrimano.

Tempo di imparare è, sopra ogni cosa, quello di tenere le cose in equilibrio. Per la madre è sperare per poter incoraggiare, per determinarsi all’azione, e intanto non sperare troppo, perché ogni passo non compiuto diventa una forra di dolore. Sperare e contenere la speranza ...Così ogni minuto  e ogni  giorno.  Per non smarrirsi.

Nel precario equilibrio, fatto anche delle tenere attenzioni di figure virili di padre, nonno e amico “botanico”, sono centrali - come in un quadro della Maternità - la  donna e il suo bambino che si compensano e completano in un’alchimia di amorosi sensi e sguardi : lei ha occhi pronti a vedere e cogliere ogni spigolo per lui; lui da dietro gli occhiali le insegna a leggere il mondo a due dimensioni.

Sullo sfondo, uno spazio ricorrente e condiviso, quello sì inespugnabile, che dà il senso della bellezza sottesa alla sofferenza :

Intimità . Ecco il luogo dove la diagnosi non si spingerà mai, invisibile al medico che sa dire solo “condotte autistiche” . La profonda intimità  con il mare.

In agguato è sempre la paura di non farcela , ma con le armi dialettiche del nominare le cose fino ad attraversarle e a trasfigurarle e nell’intimità degli affetti è la vita tra fisioterapisti e burocrati, insegnanti e compagni di classe:  barcollando o danzando, ma sempre stringendo nel pugno la parola difficile che comincia per «H».

L’autrice de 'Lo spazio bianco' da cui Francesca Comencini ha tratto l'omonimo film scandisce nella scrittura il ritmo lento di una vita unica: "Per ogni anno della tua vita c'è stato un dolce inganno di anestesia".

Dopo il racconto di Maria, imprigionata  nello spazio bianco dell’attesa - la talentuosa Valeria  ha ripreso uno zainetto, preparato l’astuccio con le penne e i pennarelli, infilato su di un lato la banana per la merenda, l’ha messo sulle spalle dei suoi quarant’anni ed è tornata in prima elementare.

Con lei, al caldo delle sue lucide parole, è tempo di imparare, per tutti che «tutto ciò che ha saputo rivelare la normalità è stata la sua assenza».

 

di Severina Carnevale per  IRASE UIL Non solo scuola

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