“Il posto” di Annie Ernaux

22-03-2014


 

“ E’ raro che l’Arte raggiunga una perfezione così semplice"

The New York Times

 

Pubblicato in Italia da L’Orma Editore nella traduzione “ad arte” di Lorenzo Flabbi, Il posto  è il  racconto autobiografico Premio Renaudot 1983 della scrittrice francese Annie Ernaux: una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese.

Nella sinossi, l’invito alla lettura di un libro che riesce, quasi miracolosamente, nell’intento più ambi­zioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l’esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi.

Tutta la vita, quella di Annie, a partire dal capofamiglia: un padre originario della provincia normanna della Senna Marittima. A fatica, evoluto il suo disegno di vita: contadino, operaio e quindi gestore di un piccolo bar-alimentari non lontano dalla stazione di Y*, punto di ritrovo per l’intera comunità.

Si era fatto strada, “vicino alla miseria, poco al di sopra di essa”. A raccontarcelo è la figlia, nella complessa percezione adolescenziale tra affezione filiale, distacco generazionale e poi, il più grave, quello culturale che si fa sociale e destabilizza “il posto” nella vita. Una distanza di classe, ma particolare,  la loro - dirà Annie - che non ha nome. Come dell’amore separato.

La separatezza si fa osservazione e nella ricerca intima delle parole è la diversità del sentire. Le parole come le “frasi altisonanti “ sono un inutile lusso, finanche assenti tra i coniugi Ernaux:

Non si scambiavano carezze né gesti di tenerezza. Davanti a me, la baciava con un brusco scatto della testa, come per obbligo, sulla guancia. Spesso le diceva cose ordinarie ma fissandola  negli  occhi, lei abbassava  lo sguardo e si tratteneva dal  ridere.

Una figlia strana, la loro, che fin da bambina si sforzava di esprimersi in un linguaggio controllato, con l’impressione di lanciarsi nel vuoto

Per l’intellettuale Annie, impossibile comprendere il monito familiare “Stai contenta con quello che hai”. Sull’eco di quel monito di vita è per lei il perenne senso di mancanza, senza fondo.

Dedita lettrice, studiosa di Lettere Moderne, una prof che - nella  distanza e finanche nello straniamento dal contesto familiare - coglierà il ritratto  intimo ed  irrisolto dell'uomo della sua vita: il padre.

Nella  lettura e ancor più con la scrittura è il suo spazio vitale e fervido “alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune”.

Il divario culturale dalle origini  paterne - avvertito come un tradimento - impone un “ risarcimento “ alla morte di quell’uomo, capace di farle mancare niente, se non l’abbraccio caldo delle parole.

“Le sue parole e le sue idee non erano quelle che circolavano nelle lezioni di letteratura o di filosofia… in estate , dalla finestra aperta di camera mia , sentivo i colpi regolari della sua vanga che appiattiva la terra dissodata.

Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci.”

Ed invece con la scrittura Annie Ernaux dà voce e spessore a quell’uomo che riconosceva gli uccelli dal loro canto e ogni sera guardava il cielo per vedere che tempo avrebbe fatto, freddo e secco se era rosso, pioggia e vento quando la luna era nell’acqua, ossia immersa nelle nuvole .

Di quell’uomo così diverso da lei, è alfine svelata la speranza e la ricompensa di una figlia culturalmente evoluta, meglio di lui.

Svelato pure - nel breve, intenso romanzo - l’incipit di Jean Genet: "Azzardo una spiegazione: scrivere è l'ultima risorsa quando abbiamo tradito".

Di pochi, la capacità pari a quella di Annie Ernaux di farsi perdonare senza cedere al sentimentalismo:

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione.

Anche per il lettore c’è un posto: quello delle parole. Scelte meditate  sobrie, in semplicità a dire il colore del mondo in cui visse suo padre ed  in cui anche lei ha  vissuto.  

Un affresco letterario di raro talento, Il Posto, in cui  - per incanto -  il retaggio familiare si fa Arte: non si usa mai una parola per un’altra, nella scrittura come nella vita.

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