Col cuore in salvo, la “Memoria delle mie puttane tristi “ di Gabriel García Márquez

25-04-2014


 

E’ dei grandi della letteratura la ricorrente visione immaginifica della vecchiaia e della morte. Ed è nell’spirazione a La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, per Gabriel García Márquez la straordinaria prova di lirismo e realismo della Memoria delle mie puttane tristi: memorabile profezia narrativa. 

Sul finire di una vita effimera e nel trapasso a nuova vita nel mistero della morte, questa la decisione delll’anziano protagonista della storia del Premio Nobel colombiano:

"L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte di folle amore con un'adolescente vergine''.

Nel candore della ragazza, la ricerca dell’amore. Immobile, al fianco della sua musa ispiratrice, ed in contemplazione del suo corpo nudo è per lui - "senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore"“l’ 'inizio di una nuova vita a un'età in cui la maggior parte dei mortali è già morta'.

Abituato alla passione carnale, vissuto tra i bordelli di donne come Rosa Cabarcas, il vecchio giornalista si innamorerà della ragazza in modo totale e unico, guardandola dormire e parlandole nel sonno. Per lui, in tardivo Zahir, l’unico, autentico amore di una vita, cominciato e vissuto a novant’anni:

Scoprii che l’ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura”

E così l’eccentrico, squattrinato giornalista - apparentemente senza anima ma capace di passione per la musica classica - travalica la connaturata ostilità a ogni legame (si era chiuso in casa il giorno delle nozze lasciando la promessa sposa sull’altare) e si riscopre in umana fragilità. L'ispirazione non dà preavvisi.

In silenzio, vegliando il pesante sonno di Degaldina, le sue giornate si animano di fantasie. E’  la magia, in creatività d’amore. Nella verità del tempo, se non in quella della morale, è la risposta alla domanda della giovane. "Perché mi hai conosciuta così vecchio?: “L'età non è quella che si ha ma quella che si sente”.

Il suo articolo “dei novant’anni” - nell’intenzionale tributo alla vecchiaia ed in un messaggio finale, in estraniamento, al  pubblico dei suoi lettori - lo trova cambiato. Per lui che, come uomo "nuovo” sa parlare e scrivere lettere d’amore, la verità del messaggio suscita l’emozione dei lettori. E “fuoco vivo” anche per la scrittura.

La vita reale, col suo cuore in salvo, lo trova alfine “condannato a morire di buon amore nell’agonia felice di un giorno qualsiasi” dopo i suoi “Cent’anni”: un leitmotiv d’amore come di solitudine.

A risplendere nell’animo, come nello scenario pittorico del grande romanzo, “una stella sola e limpida nel cielo color di rose”. In congedo dal sogno vissuto e dalla vita stessa, l’intenso passaggio di  un battello  a lanciare un addio sconsolato e  a  far sentire in gola, a tutti noi, “il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.”

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